E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (Giovanni 1:14)

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Protestantesimo


Il termine Protestantesimo si riferisce alla Riforma avviata dal monaco Martin Lutero nel XVI secolo contro la Chiesa Cattolica.

Nel periodo che stiamo esaminando si forma, nella coscienza della cultura e della società europea, un soggetto che non considera l'evento, ma che, anzi, è tanto più soggetto quanto più prende le distanze dall'evento. Possiamo identificare quattro fattori di questo processo:

1. Una riduzione della Chiesa da mistero, sacramento, partecipazione alla realtà di Cristo presente, ad una struttura di carattere situazionale (i cristiani sono tali perché sono nati in Occidente, in una data situazione). Sorge un soggetto umano che vive nella Chiesa, come afferma Romano Guardini, ma non vive più la Chiesa; non vive un'esperienza di appartenenza. Già al termine del Medioevo la Chiesa comincia ad essere sentita da alcune minoranze intellettuali come un avvenimento estrinseco all'individuo.

2. Una sottolineatura estrema della ragione come capacità di problematizzazione radicale, per cui i fatti e le idee stanno sullo stesso piano. Alle spalle della Riforma ci sono almeno 150 anni di "nominalismo", che è in sostanza una riduzione del sapere a "nomina", cioè a concetti astratti con cui l'intellettuale gioca cercando di organizzarli il più intelligentemente possibile. Negli ultimi 150 anni della cultura medioevale, in ogni università esistono cattedre di "nominalismo", cioè di pura ricerca intellettuale astratta, dove il fatto dell'Incarnazione e la possibilità della non Incarnazione, la Trinità e la possibilità che non esista, l'esistenza e la possibilità della non esistenza di Dio, vengono messi sullo stesso piano: sono "nomina" con cui giocare.

3. Una volontà (come reazione antiintellettualistica a questa sottolineatura enfatica dell'intelligenza intesa come pura organizzazione di "nomina") di salvare la fede contro la ragione, abbandonando quest'ultima al male, al demonio. Tra fede ed intelligenza avviene una rottura radicale: la fede dev'essere salvata senza l'intelligenza con un atto di carattere puramente volitivo e sentimentale. Si afferma il fideismo come concezione della fede-sentimento staccata dalla ragione. Viene così a perdersi la grande eredità dell'età patristica e medioevale, per cui in Cristo si realizza la pienezza di tutto l'umano.

4. Il crearsi di un'immagine di uomo puramente naturale, che si può realizzare anche solo con la sua intelligenza e la sua volontà. La fede diventa qualche cosa che si aggiunge dall'esterno, un particolare prezioso ma accidentale. È esattamente in questo periodo, al finire del Medioevo, che nasce l'espressione "naturale e soprannaturale". Sino a questo momento non si era operata tale distinzione perché era chiaro che l'unico avvenimento è Cristo, nel quale l'uomo viene realizzato in pienezza. Adesso si parla di un uomo naturale che agisce secondo il puro lume della ragione e che già può realizzare un suo fine nobile, "naturale". Alcuni poi tendono, in aggiunta, ad un fine soprannaturale (Cristo), che non entra nella vita dell'uomo per realizzarla pienamente, ma è un particolare di cui al limite si potrebbe anche fare a meno.

Questi quattro fattori fanno da scenario all'esperienza di Lutero e condizionano la mentalità sua e della gente a cui parlava.

La concezione protestante dell'uomo

La riduzione protestantica della fede reca con sé alcune conseguenze a livello antropologico, cioè di concezione dell'uomo.

1. La fede è un problema solo per chi si sente peccatore. Pertanto, l'uomo moderno ha due volti: quello di chi si sente padrone dell'universo (che troverà nell'illuminismo la sua celebrazione), signore della storia, non più servo di Dio ma re di se stesso; oppure ha il volto pessimistico dell'uomo cosciente del proprio limite invincibile, insuperabile. Il primo tipo di uomo non arriva alla fede, perché non ne ha bisogno; il secondo, invece, avverte il problema della fede. Il cristianesimo comunque si è già ristretto a un problema che si pone solo per alcuni. Il protestante non ha niente da dire a chi non si sente peccatore. Il cristianesimo autentico invece, ponendo nel mondo l'avvenimento di Cristo morto e risorto, salvezza di chi si sente peccatore e di chi non si sente, di chi è intelligente e di chi non lo è, di chi è greco come di chi è barbaro, di chi è schiavo e di chi è libero, rivela il suo valore universale esattamente in quanto si rivolge alla struttura ultima dell'uomo. Con il protestantesimo invece è l'uomo che giudica la fede e non viceversa. La religione diventa un problema moralistico, il problema di fare del bene, che interessa solo chi avverte il problema del proprio peccato. Da questo punto di vista l'immagine che il mondo odierno ha del cattolicesimo e che tante volte anche i cattolici hanno di se stessi, è molto più protestante che cattolica.

La fede "protestante" non è più un avvenimento che giudica il mondo e lo salva, bensì un messaggio che non mette in discussione il mondo così com'è, ma, anzi, deve trovare il suo posto nel mondo e precisamente nel cuore di coloro che, vivendo il problema del loro peccato, vogliono cambiare.

2. La fede, cioè il sentimento di essere salvati, a cui ci si abbandona senza possibilità di comprendere fino in fondo, coincide con una posizione di assoluta fiducia, che non coglie la totalità dell'uomo come intelligenza e volontà, ma solo il suo aspetto affettivo e sentimentale. Il credente è ridotto a un tipo di uomo che ha il problema di vivere rettamente. L'uomo si trova radicalmente diviso: da un lato sperimenta il sentimento emozionale di essere salvato, sull'onda del quale vive la vita nella certezza che Dio l'ha predestinato e perciò lo salverà; dall'altro lato la sua ragione è intesa come capacità di far cultura, conoscere la realtà, realizzare rapporti, scelte, costruire progetti in cui la fede non c'entra. Ne consegue che, sia che intenda la ragione dell'uomo come buona, e tenda, di conseguenza, ad adeguarsi culturalmente a tutti gli altri uomini, sia che la consideri di nessun valore e si affidi, quindi, a chi solo può garantire un'ordinata convivenza, il protestante è sempre favorevole al potere qualunque esso sia. Il calvinismo e certo protestantesimo liberale pensano che il successo negli affari sia segno di elezione da parte di Dio. Il luteranesimo ritiene invece che l'unico fattore di salvezza sia la fiducia in Cristo e nella sua parola: tutta la storia umana rimane preda di una contraddizione cui solo gli ultimi tempi porranno fine. In ogni caso il protestantesimo, sia nella sua versione ottimistica, come in quella pessimistica, non può in ultima analisi che giustificare il mondo e la sua ideologia.

 

 

Lutero e i sacramenti

Il pensiero di Lutero circa i sacramenti è contenuto nel trattato del 1520 intitolato La cattività babilonese della Chiesa, la cui tesi di fondo è che la continua moltiplicazione dei sacramenti li ha portati al numero di sette, ma a ben guardare si riducono ad uno solo : l'accettazione attraverso la fede delle promesse di Dio. Senza il primato della fede i sacramenti si riducono a "sacrileghe superstizioni di opere". Saranno perciò conservati solo quei segni sacramentali nei quali siamo noi ad accogliere ciò che Dio ci offre, mentre verranno aboliti o riformati quelli dove noi compiamo un'opera buona perché venga accettata da Dio (estrema unzione, cresima, ma anche il matrimonio, che è per Lutero un atto pieno di sacralità in tutti i popoli, ma non un sacramento).

 

Il sacerdozio universale

Attraverso il battesimo tutti gli uomini sono ordinati sacerdoti. La distinzione tra clero e laici non ha alcun fondamento nel nucleo della fede cristiana e i preti possono essere solo dei ministri, dei funzionari delle comunità di fedeli, eletti con il compito di predicare e insegnare, non possono intromettersi nel mio rapporto con la parola divina: perciò i due principi di Lutero, il sacerdozio universale e il libero esame delle scritture, sono strettamente connessi tra loro.

 

La vita del cristiano

La fondamentale importanza assegnata alla fede conduceva Lutero a diffidare di tutto ciò che tendeva a realizzare il cristianesimo in una forma di vita eccezionale, si trattasse anche di ascetismo e misticismo monacale. Le opere dei frati e dei preti non differiscono in niente "dalle fatiche del contadino che lavora i campi o della donna che attende alle faccende di casa". Anzi, il monachesimo che invita all'ozio e all'accattonaggio andava del tutto contro l'esaltazione della vita laboriosa che Lutero veniva scoprendo: l'uomo deve sposarsi, avere figli, produrre, adempiere al proprio ufficio, qualunque esso sia.

 

Vedi anche:

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Cristianesimo

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Dottrina di Lutero

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Le 95 Tesi di Lutero

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Luteranesimo

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La Bibbia di Lutero

 

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Ultimo aggiornamento: Thursday, 04 May 2006